Economia

«Finita l’era dei sussidi. Tavares? No alle minacce»

Scontro totale tra governo e Stellantis, mentre sale la tensione sugli stabilimenti italiani. I lavoratori di Mirafiori e Pomigliano, per il ceo della casa automobilistica italo-francese, Carlos Tavares, sono infatti a rischio senza nuovi e più forti incentivi pubblici. Ma il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, tira dritto sull’operazione bonus auto e moto da 950 milioni e attacca la società. 

«L’Italia dei sussidi – spiega – è finita. No alle minacce, perché l’ipotesi di dire ‘dateci più soldi’ non funziona più: il 40% degli incentivi negli anni scorsi è andata a Stellantis e di questi la metà sono finiti a macchine prodotte all’estero e importate in Italia. Ora si faccia il contrario». Poi la stoccata finale. «Se a dicembre – ammonisce – Volkswagen ha superato nelle vendita in Italia Stellantis e i cittadini hanno preferito acquistare un’auto prodotta all’estero, a fronte di condizioni di mercato e incentivi simili, il problema non è del governo, ma dell’azienda».

L’ALLARME DELLE SIGLE
Da Bruxelles il ministro degli Esteri Antonio Tajani invita «a seguire con grande attenzione la vicenda di Stellantis, affinché non si perdano posti di lavoro, come peraltro non si devono perdere all’Ilva». Nel frattempo sindacati e Pd chiedono alla premier Giorgia Meloni di convocare Carlos Tavares in un tavolo urgente per tutelare i lavoratori. Anche perché dal 2014 a oggi sono già usciti 11.500 addetti, di cui 2.800 dagli enti centrali. 
«Il governo – pungola la segretaria dem Elly Schlein – non può tacere di fronte alle minacce di Stellantis». Lo stesso ribadisce il leader di Azione, Carlo Calenda. Nel gruppo in Italia, aggiunge il segretario della Cgil, Maurizio Landini, «c’è la cassa integrazione in tutti gli stabilimenti, perché anziché usare la potenzialità di un milione e mezzo di auto prodotte, se ne producono meno di 500mila».

Per Landini serve allora «un piano industriale con nuovi prodotti negli stabilimenti italiani, perché va potenziata l’occupazione». Il leader della Cisl, Luigi Sbarra, ricorda poi a Tavares che «gli incentivi sono risorse pubbliche e non regalie» e chiede all’esecutivo di farsi «garante di un patto tra istituzioni, impresa e sindacati sul rilancio del settore auto».

«Siamo dispiaciuti e arrabbiati – fa loro eco il segretario generale della Uilm Rocco Palombella – le dichiarazioni di Tavares sono preoccupanti e ingenerose nei confronti dei lavoratori». Le parole del ceo dell’azienda, d’altronde, creano forti timori anche tra gli addetti negli stabilimenti di Mirafiori e di Pomigliano. E così il sindaco di Torino, il dem Stefano Lo Russo, ha scritto una lettera a Meloni, sfacendosi portavoce dello «stato di apprensione per il futuro occupazionale della fabbrica di Mirafiori». 

IL CHIARIMENTO
Intanto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ieri ha chiuso le porte con una battuta a qualsiasi ipotesi di una partecipazione pubblica nelle quote del colosso dell’auto sul modello francese. «Ingresso nello Stato nel capitale di Stellantis? Mah, io entrerei in Ferrari» ha risposto con ironia ai giornalisti che lo incalzavano. 
D’altronde c’erano pochi dubbi che quella lanciata l’altroieri da Urso fosse una sorta di provocazione in risposta alle sferzate di Tavares. E che quindi non ci fosse un disegno che coinvolgesse davvero tutto il governo per impiegare almeno 4,1 miliardi di euro, tramite Cassa depositi e prestiti, per l’acquisto di almeno il 6,1% del capitale della società (o 6,5 per arrivare a un più corposo 10%, come era stato ventilato l’altroieri). 

La scelta infatti, legittima o meno che sia, andrebbe nel verso completamente opposto rispetto al piano di privatizzazione di quote minoritarie di Poste, Eni e Ferrovie per raccogliere sul mercato 20 miliardi e provare a ridurre il debito pubblico. Tavares aveva ha chiesto più incentivi e più mirati all’azienda, ritenendo come detto insoddisfacente il piano sull’automotive appena presentato dal Mimit. Piano che prevede bonus fino a 13.750 euro per favorire l’acquisto soprattutto di auto a benzina e diesel Euro 6 (con 423 milioni in campo tra auto nuove e usate), ma anche elettriche o ibride (per 390 milioni). Privilegiando chi ha un Isee fino a 30mila euro. 

LA PARTITA DEGLI ALTRI PRODUTTORI
Per il ministro Urso si potrebbero incentivare soprattutto i modelli della fascia di prezzo più bassa prodotti da Stellantis nei suoi stabilimenti italiani. Ma secondo l’azienda non sarà così. La dirigenza della società, oltre che aiuti più corposi dal lato della domanda per le sue auto elettriche, fa poi intendere di guardare anche a sostegni pubblici sul lato della produzione. Il massimo che l’azienda spererebbe di ottenere sembra essere un maxi-intervento tra maggiori accordi di programma, sostegni alla logistica, ammortizzatori sociali e un ecosistema di trasporti ed energia green a basso prezzo (sul modello spagnolo) attorno agli stabilimenti. 

Secondo Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil, comunque, viste le difficoltà negli stabilimenti, difficilmente quest’anno si supereranno i 750mila veicoli prodotti in Italia. Molto meno rispetto al milione che il governo auspica. Se allora già quest’anno i volumi di produzione di Stellantis in Italia non aumenteranno, il Mimit valuterà nel 2025 lo spostamento delle risorse del Fondo automotive sull’offerta, per far provare a far arrivare in Italia uno o altri produttori. Cinesi o americani. I sindacati, nonostante sia molto difficile, chiedono al governo di provare a far arrivare subito nuovi soggetti e di valutare davvero l’ingresso pubblico nell’azionariato Stellantis. Ipotesi che piace a Pd, Alleanza Sinistra/Verdi e Movimento 5 Stelle: i tre partiti chiedono all’esecutivo un progetto di politica industriale nell’automotive, per non rischiare di dover cedere ai ricatti dei privati.


 

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