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Perché il governo Meloni blocca la stretta Ue sull’invasione di cibo estero












I leader delle proteste dei trattori lo hanno ribadito più volte: “Stop all’invasione di cibo dall’estero”. La Lega ne ha fatto un cavallo di battaglia, e la Coldiretti l’ha definito un “import sleale”: si immettono nel mercato Ue prodotti a basso costo perché provenienti da Paesi che non rispettano gli elevati standard su ambiente e diritti dei lavoratori che invece l’Europa impone alle aziende di casa. Tutto giusto. Ci vorrebbe una legge per far fronte a questo fenomeno e proteggere le nostre imprese. Anzi, una c’è già. Ma è bloccata da tempo a Bruxelles, nelle chiuse stanze dove i governi europei decidono quali norme comuni adottare o meno. E ad alzare un muro è stata proprio l’Italia. 


Si chiama direttiva sulla due diligence delle imprese ai fini della sostenibilità. La due diligence, o “dovere di diligenza” in italiano, è un obbligo che viene richiesto in questo caso alle aziende affinché mettano in campo un sistema di controlli e monitoraggio trasparente che impedisca di rifornirsi presso soggetti extra Ue che violano i diritti umani, compresi i diritti dei lavoratori, o che, con le loro attività, hanno un impatto pesante sull’ambiente. 


La direttiva è stata proposta dalla Commissione europea nel 2022. Tra i settori interessati ci sono la produzione e commercio all’ingrosso di prodotti tessili, abbigliamento e calzature (si pensi ai capi prodotti nella regione dello Xinjiang in Cina, che sarebbero frutto di lavoro forzato, secondo le denunce di diversi attivisti per i diritti umani), ma anche l’agricoltura, compresa la pesca, la produzione di alimenti e il commercio di materie prime agricole. Di esempi ce ne sono a bizzeffe: dal pesce catturato con tecniche devastanti per la biodiversità marina (che sono invece precluse ai pescatori europei), al riso asiatico, accusato dai risicoltori italiani di essere venduto in Europa a un prezzo basso grazie all’uso del triciclazolo, un potente pesticida vietato invece nell’Ue.


I partiti che compongono la maggioranza di governo in Italia, in particolare la Lega, si sono spesso lanciati in attacchi contro Bruxelles, rea a loro giudizio di aprire la porta a questi prodotti e alla concorrenza sleale. Eppure, proprio la cattiva Bruxelles chiede adesso di porre un freno. Perché allora l’esecutivo di Giorgia Meloni si oppone alla legge sulla due diligence? Il testo è stato bloccato in Consiglio dalla Germania, con l’appoggio determinante dell’Italia. Secondo i liberaldemocratici tedeschi (gli stessi che hanno fatto asse con Roma per ammorbidire lo stop alle auto a benzina), questa legge imporrebbe degli oneri burocratici insostenibili per le imprese europee.


In effetti, leggendo la direttiva, per una piccola e media impresa sarebbe davvero difficile controllare tutta la propria catena di approvvigionamento fino ai più remoti angoli del mondo. Ma la legge non si rivolge alle Pmi, bensì alle grandi aziende e in particolare alle multinazionali. L’obbligo di diligenza, infatti, riguarda le imprese e le società madri “con oltre 500 dipendenti e un fatturato mondiale superiore a 150 milioni di euro”, spiega il Parlamento europeo. “Gli obblighi si applicheranno anche alle imprese con più di 250 dipendenti e con un fatturato superiore a 40 milioni di euro se almeno 20 milioni” sono realizzati nei settori dell’agricoltura, del tessile o dell’edilizia, si legge ancora nella nota dell’Eurocamera. Inoltre, la normativa si applicherà anche alle società extra-Ue che fanno affari nel mercato europeo.  


Sembra difficile immaginare che giganti con fatturati milionari (e con sedi in tutto il globo) possano fare fatica ad adeguarsi ai nuovi oneri burocratici proposti dall’Europa. “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, è la lezione che Peter Parker, ossia l’Uomo ragno, imparò dallo zio Ben. Una lezione che le grandi multinazionali potrebbero seguire, per esempio evitando di usare nelle loro creme spalmabili e nei loro snack le nocciole raccolte dai bambini in Turchia. 


Sarebbe un segnale di responsabilità verso i diritti umani e l’ambiente. Ma anche un modo per tutelare le piccole e medie imprese italiane ed europee dalla concorrenza sleale dei prodotti provenienti dall’estero. 

















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